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L'arte dell'intreccio di Tommaso Candria

L’arte dell’intreccio è molto antica. Già nell’antica Grecia e nell’antica Roma ci sono testimonianze dell’uso e della lavorazione del vimini per realizzare ceste e sedili.
La lavorazione dei vimini continua, poi,  nel Medioevo e nell'età moderna e la sua importanza è dimostrata dal costituirsi di corporazioni di quest'arte; nel Settecento il panieraio italiano eccelle per finezza e buon gusto di prodotti.
In Italia l’arte dell’intreccio è tipica del paese di Mogliano.
Complementare al lavoro dei campi fin dall’800 e poi prevalente con la lavorazione del giunco e del vimine, è ancora parzialmente presente, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo del midollino.
Il salto di qualità si è avuto con l’introduzione di altri materiali, importati dall’Asia, quali la canna di bambù in tutte le diversificazioni tipo malacca, rattan, borgogna, manao e manila.
Ad Artigianato e Palazzo ho avuto la fortuna di incontrare uno di questi artigiani, Tommaso Candria, che ringrazio per avermi raccontato la sua storia.
Ci racconta, signor Tommaso, la storia del suo progetto? Tutto ebbe inizio…
Tutto ebbe inizio a Mogliano di Macerata, la mia città natale, dove l’intreccio era una lavorazione che si faceva in ogni casa.
Nel 1972 ho iniziato un’attività mia con dei piccoli manufatti in giunco per arredamento. Nel tempo ci siamo sempre più specializzati nell’arredamento, fino ai primi anni ‘80, quando è cominciata l’importazione dei manufatti dall’Indonesia che erano a basso costo.
Noi allora ci siamo riconvertiti nella produzione di accessori, borse e cinture che realizziamo sempre intrecciate a mano.
Quali sono i materiali che utilizza?
Il cuoio, che prendiamo in Valdarno, che è zona di concerie, e a Poggibonsi dove avviene la lavorazione del cuoio.
Il midollino, che è il giunco trafilato ed è l’anima del filo di giunco.
Il cordoncino di erba palustre, che ha delle proprietà simili al giunco come la vetrosità della superficie, che non assorbe colori, a differenza, però del midollino che si può colorare.
Tutto quello che vedo, però, è al naturale.
Sì, perché il prodotto al naturale è il più apprezzato.

Come si incontrano vimini e pelle?
Per quello che riguarda guarnizioni, accessori e impugnatura usiamo la pelle. La radica di bamboo e il giunco li usiamo per i manici e per le impugnature.

Come si riesce a modellare il vimini? Come fa il filo a prendere forma?
Il lavoro viene svolto su forme di legno, che servono per dare forma al manufatto.
Le forme vengono poi estratte. Queste forme sono sezionate, altrimenti non riusciremo più a tirarle fuori a borsa finita.
L’anima di legno viene usata non solo per dare forma, ma anche per facilitare il lavoro. Noi nella lavorazione, infatti, ci giriamo intorno.
La vostra è una azienda in espansione?
Sì, abbiamo un aumento di fatturato.
Come si immagina l’azienda fra 10 anni?
Il lavoro che facciamo non è tanto soggetto a mode o a situazioni di crisi. Noi abbiamo una precisa clientela. Chi viene da noi non guarda ai prodotti a basso costo.



Come è lo stato di salute dell’artigianato?
Attualmente è quasi nullo il rigenerarsi di questo lavoro. Forze nuove non ce ne sono. Qualche anno fa è stato fatto un corso al quale hanno partecipato una ventina di persone arrivate anche da località lontane. Poi, con il terremoto, il corso si è interrotto e non è più ripreso.

Cosa è per lei la creatività?
La creatività parte da una ambizione interiore nel realizzare qualche cosa che si reputa bello.

Quale è la vostra proposta per il tema di Artigianato e Palazzo Fiori d’Arancio?
Abbiamo realizzato queste pochette, che possono essere utilizzate in occasioni di cerimonie.

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