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Donatella Di Pietrantonio. L'età fragile

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  L’età fragile non è un’età della vita, è la vita stessa. La memoria che non può nascondere il dolore, la solitudine dopo la separazione, la colpa per la sopravvivenza. La vita dura come un sasso che Donatella Di Pietrantonio riesce a levigare con le mani sicure della sua scrittura. Con questa motivazione l'Amico della Domenica Vittorio Lingiardi ha proposto questo libro al Premio Strega. In poche righe, Lingiardi, è riuscito a sintetizzare perfettamente L'età fragile. a me servono sicuramente un bel po' di parole in più. Andiamo con ordine. All'origine di questo nuovo lavoro c'è un episodio di cronaca che risale agli anni Novanta nel cuore dell'Abruzzo appenninico, quando l'orrore si era insinuato in un luogo fino ad allora immacolato. Non è , però questo un romanzo giallo. Il fatto di cronaca nera che è avvenuto ai piedi del Dente di Lupo non è un mistero da risolvere ma un pretesto per raccontare una comunità montana chiusa e oppressa dalla vergogna del

Raffaella Romagnolo. Aggiustare l'Universo

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  Si può aggiustare l’universo? Si possono rimettere insieme i pezzi di vite piegate e manomesse dalla Guerra?  Si può di nuovo trovare pace? Ottobre 1945. L'anno scolastico inizia in ritardo. È il primo dell'Italia liberata e non è semplice ripartire dalle macerie. La maestra Gilla guarda con angoscia quei muri che fino a poche settimane prima alloggiavano nazisti.  C'è un Universo da ricostruire, da aggiustare.  Calma, attenzione, pazienza e cura. Come un orologiaio Gilla cerca di rimettere insieme i pezzi.  Cerca di riaggiustare il suo universo. Lei che era a Genova durante i bombardamenti, lei che è stata staffetta partigiana durante la guerra, che ha visto dolore morte e distruzione. Calma, attenzione, pazienza e cura. Gilla è la maestra di 25 bambine di quinta elementare ed è lì non solo per aiutarle a leggere e a scrivere, ma per aiutarle a superare il traumi, tanti, che la guerra si porta dietro. Una di queste bambine (Francesca) la colpisce più di tutte perché non

Villa Torlonia: il Casino Nobile

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  Monumentale, non c'è altro termine per definire il Casino Nobile, eccellente esempio di architettura neoclassica. Dall'ingresso alla villa di via Nomentana, attraverso un viale alberato, ci traviamo davanti a uno scalone che termina su un ampio spiazzale dove si trova l'ingresso del Casino. Come colpo d'occhio non c'è male. L'esterno del Casino Quando Giovanni Raimondo Torlonia acquistò il fondo agricolo della Vigna Colonna commissionò Giuseppe Valadier il restauro degli edifici compresi nel fondo della vigna. I primi lavori di restauro  e di ampliamento del Casino commissionati da Giovanni Raimondo Torlonia a Giuseppe Valadier durarono dal 1802 al 1806 e compresero stucchi e riassetto quadri interni. Alla morte di Giovanni Torlonia i lavori di miglioria e di ampliamento dello stabile furono continuati da parte del figlio Alessandro Torlonia  che chiamò Giovanni Battista Caretti per realizzare l'ingresso e gli interni della Casina . Per rendere l’edificio

Alla scoperta di Villa Torlonia

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L'aria di Primavera si fa sentire e con essa la voglia di mettere il naso fuori casa per scoprire luoghi nuovi, affascinanti e bellissimi. Grazie all'opportunità di entrare in modo gratuito nei Musei in Comune , i musei civici di Roma Capitale, sono andata a Villa Torlonia. La storia della villa Villa Torlonia è la più recente delle ville nobiliari romane e conserva ancora un particolare fascino dovuto all’originalità del giardino paesistico all’inglese e alla ricca quantità di edifici ed arredi artistici disseminati nel parco.  Siamo su via Nomentana, otre le mura dello Stato Pontificio, ben al di là di Porta Pia, praticamente in campagna. Il terreno, della famiglia Pamphilj,  era coltivato a vigna quando venne acquistato  alla fine del Settecento dal banchiere Giovanni Torlonia. Toccò a lui trasformare la tenuta rurale in propria residenza. Il progetto di trasformazione fu affidato a Giuseppe Valadier che trasformò due edifici preesistenti (l'edificio padronale e il casin