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Ozmo - Profeta di una lingua globale

Muri, confini invalicabili, vicinanze mortificate dall'opera umana. 
Ma a pochi eletti il dono di aprire varchi per visioni inimmaginate.
Cesare Felici

Sei considerato uno dei pionieri della street art italiana. Secondo te cosa è Arte e cosa non lo è?
Domanda impegnativa. Credo che ci sia un'Arte con la A maiuscola e un'arte con la a minuscola. Quella con la A maiuscola è qualcosa in grado di cambiarti, uno strumento. Il problema è che il nostro tempo sembra avere poco a che fare con i meccanismi dell'anima e questo tempo permea anche l'arte. L'arte poi è regolata dalle leggi del mercato e, necessariamente, dal gusto contemporaneo che si modifica velocemente, a volte senza troppe consapevolezze. Quindi nel 99% dei casi si trova arte con la a minuscola. E l’1% di Nutella in mezzo alla cacca… sa di cacca.


E’ così difficile distinguere?
Non credo che ci siano gli strumenti per distinguere.


Dici che questo è un problema dell'arte contemporanea? La nostra epoca manca di un suo stile? 
Al di là dello stile, l'arte contemporanea è un supermercato, è un'arte che viene considerata in base al valore delle aste o in base a quanto l'artista ha venduto nell'ultima mostra. Meccanismi, questi, che inquinano e confondono.


Hai firmato straordinarie opere murali in tutto il mondo. Il Luogo: quanto e come incide lo specifico contesto urbano sulla genesi dei tuoi lavori? Il “Pre- giudizio Universale” a Milano o “Voi valete più di molti passeri” al MACRO a Roma, altrove sarebbero state diverse?
Le opere di arte pubblica credo che debbano dialogare con il contesto, non è necessario ma è interessante quando lo fanno. Io cerco di farlo. Non sempre ci riesco, però è l'intento che metto in campo. Di sicuro un'opera come quella realizzata per il MACRO, ricontestualizzata altrove avrebbe meno senso.


Certamente in un luogo istituzionale, in un contesto che è quello del Museo di Arte Contemporanea della Capitale, quindi dove a due passi c’è la residenza del Papa, mettere il Papa al terzo livello, e poi creare una composizione in cui al centro della stessa c’è una figura femminile...


Al tempo in cui ho realizzato l'opera c'era lo scandalo della Regione Lazio, avevo messo queste facce di maiale all'interno del penultimo livello, che era quello della borghesia che mangiava e si divertiva. Al centro c’è questa figura femminile con i capelli neri che guarda lo spettatore. Ricordo che la gente che passava, mentre stavo finendo di realizzare l'opera, diceva "ma quella è la Polverini...!".


L’intento da cui nasce ogni opera si forma da un mix di input: la personale ispirazione, il contesto, le persone con cui lavoro, le cose che succedono mentre lavoro, spunti che arrivano e che cerco io stesso. Questo perchè il fine è quello di realizzare qualcosa che possa essere decodificato in un certo modo dalla gente. Poi si aggiunge quello che lo spettatore proietta di sè stesso, delle sue aspettative all'interno dell'opera... ecco come i miei lavori diventano site-specific.


Quindi, in un certo senso, le tue opere non nascono site – specific ma lo diventano… 
Si. Ricordo, ad esempio, nel 2008, il progetto “Street Art Village” realizzato a Campofelice di Roccella, un piccolo paese in provincia di Palermo, progetto che ha coinvolto diversi street artist. Lì abbiamo realizzato i primi esempi, in Italia, di opere fatte su grandi muri, con elevatori, come oggi va di moda nella street art nazionale e internazionale.


Quando sono arrivato in quel paesino sperduto della Sicilia sono rimasto perplesso… guardavo la gente del luogo e mi chiedevo: con quale arte contemporanea hanno interagito? Perché dovrei lasciare qui la mia tag - all’epoca il mio teschio.  Come percepiranno qualcosa che per me è un distillato di anni di strada, ma per loro un attacco alieno?
Mentre mi chiedevo queste cose vidi, sul cruscotto di un'automobile, un'immagine di Santa Rosalia che in mano teneva un libro e un teschio!
Fu da lì che iniziò tutta la mia ricerca sull’iconografia dei Santi, che ho approfondito in seguito nelle città dove poi ho riproposto il santo protettore.


Mi parve sensato, allora, provare a dare un’interpretazione della anta che – coincidenza – aveva in mano, ciò che io consideravo la mia icona, ma che al tempo stesso rappresentava qualcosa di riconoscibile e immediatamente identificabile da chi quel paesino lo abitava.
E la genesi di quell’opera andò oltre le aspettative, perché una volta arrivati sul posto scoprimmo che il Comune ci aveva messo a disposizione dei muri non propriamente adatti a quello che volevamo realizzare, così l’organizzatrice ci disse: trovatevi voi i muri! Si andava in giro a chiedere alla gente se aveva un muro… ma non era facile spiegare cosa ci servisse, che avremmo realizzato opere pubbliche. Qualcuno ci portò anche in casa, o ci offrì il muro del proprio garage…


Ad un certo punto, demoralizzato, condivido questo mio stato d’animo con una donna che ci portava dal centro del paese al mare con un servizio bus, che poi era un’ape car. Lei era una impiegata comunale che tra le mansioni faceva anche l’autista. Mi lamento con lei dicendo "Lia, io non trovo un muro, proprio non lo trovo!” E lei mi risponde " Ce l’ho io un muro! Smonto alle 5 e ci vediamo.”
Vado all’appuntamento e ci trovo il muro perfetto. Lo guardo e mentre penso a come avrei realizzato la mia Santa Rosalia mi viene una folgorazione e chiedo alla donna: “Lia, ma tu come ti chiami?” "Rosalia".
Coincideva tutto. Un dipinto la cui genesi ha avuto tre livelli: la scelta di Santa Rosalia come icona che tutti potevano decodificare; il ritratto del “committente” che aveva offerto il muro; infine il mio teschio in mano alla santa.


Questa storia per raccontare come cerco di lavorare e come, attraverso il linguaggio simbolico, quando riesco a farmi strumento di questo dono che viene dall’alto, riesco a mettere insieme significati e a condensarli.


A volte leggo di me come "OZMO il pittore dei Santi e delle Madonne….", lo trovo molto riduttivo e superficiale. Non faccio solo Santi e soprattutto utilizzo questa iconografia, perché fa parte della nostra cultura.
Siamo in Italia e siamo impregnati di queste immagini. Sono immagini talmente piene di storia, valori, contenuti, attraverso di esse si riesce a dare alle opere significati a vari livelli. Hanno acquisito potere nel tempo attraverso il loro utilizzo. A me interessa molto esplorare e sperimentare la componente del potere dell'immagine. Questo  cerco di fare nella mia arte.


Nel 2004 realizzi “Milano – una guida alternativa” un libro che attraverso immagini e parole documenta due anni di progetti urbani firmati in coppia con Abominevole (nome d’arte di Oliver D’Auria). Due artisti, un percorso collaborativo di qualità, una Milano riconfigurata che si ritrova tatuato addosso il vostro invito a guardarla diversamente. Come è nata l’idea di farne un libro e pensi di pubblicare altro?
Io spero di pubblicare altro, il problema è che fino ad ora non c'è stata possibilità perché ovviamente la situazione economica in cui ci siamo ritrovati impedisce di trovare investitori, sponsor e situazioni che ti danno un certo tipo di spazio.


In coppia come si lavora?
In coppia si lavora alla grande! Il problema è che poi si litiga anche alla grande! Si dice che la coppia è il passaggio dal due al tre: sicuramente è arricchente.


Si dice anche che la coppia è ricerca di un completamento reciproco. Anche a livello artistico è così?
Sicuramene quando si lavora in coppia non c'è una sola marcia in più, ce ne sono due. Poi è anche vero che le relazioni sono difficili da mantenere... per me è già difficile mantenere la relazione con me stesso!


Torniamo un attimo indietro nel tempo, a quando la street art ancora non era stata ufficialmente sdoganata come forma d’arte e di linguaggio contemporaneo, a quando tu non eri famoso.
Senti di aver perso qualcosa in questo passaggio? Non so… il brivido di appropriarti illecitamente di uno spazio urbano o magari la libertà di espressione che lavorando su commissione forse un po’ si perde…
Forse mi manca l’ingenuità. Quando abbiamo iniziato, 15 anni fa, eravamo una manciata di amici. Ci si esprimeva in maniera totalmente libera, senza aspettative, era entusiasmante. Quando nel 2006-2007 scoppiò il fenomeno della street art ci fu un’invasione di artisti dell’ultim’ora che si improvvisarono street artist. In quel periodo ci fu la famosa mostra di Sgarbi al PAC che consentì a chiunque di lanciarsi in strada a fare graffiti, poster, adesivi, per ricavarne fama e denaro.


Cosa succede oggi?
Stamattina girando per Trastevere ho visto che tutti i cartelli sono pieni di adesivi… Oggi succede che un sacco di gente fa lavori in strada per poi vendere quadri e fare mostre. Vuoi fare una mostra a Londra? Ti chiederanno di fare opere sui muri per promuovere la mostra. Questa per me è una visione perversa della street art, perché ha stravolto l’idea all’origine. Noi realizzavamo opere in strada, perché volevamo arrivare alle persone senza mediazione.
Oggi si lavora in strada per vendere in galleria. Ora non voglio rovinare l’aspetto romantico della street art, ma questa rincorsa alla fama a tutti i costi non fa bene. Certamente sono rimaste anche persone che con onestà fanno solo perché vogliono fare, ancora con attitudine vera, ma mi pare che siano la minoranza.


Quale dimensione auspichi per il futuro graffitismo urbano?
Secondo me la dimensione da cercare è quella della spontaneità, della libertà, della possibilità di mettere in atto un contatto. Sono ormai 10 anni che si dice che la street art ed il muralismo sono solo una moda, ma dopo 10 anni non si puo' continuare a minimizzare ed a considerarlo qualcosa di marginale alla società ed all'arte.

Grazie Gionata, della tua arte, che non fa distinzione tra ciò che è distante e ciò che è vicino e che ti invita a restare a guardare.


© Fabiola Di Girolamo

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