Il romanzo d'appendice: alle origini della narrativa popolare moderna

 


C’era un tempo in cui i romanzi si leggevano a puntate. Un capitolo per volta, in fondo alle pagine dei quotidiani, tra notizie di cronaca e annunci pubblicitari. Era l’Ottocento, e da quella semplice idea nacque una delle forme narrative più influenti della modernità: il romanzo d’appendice, o feuilleton.

Tutto cominciò in Francia, negli anni Trenta dell’Ottocento, quando i giornali — in cerca di nuovi lettori — iniziarono a dedicare le ultime colonne, le “appendici”, a racconti e romanzi pubblicati a episodi. Ogni puntata terminava con un colpo di scena, e il pubblico, conquistato, tornava ogni giorno in edicola per scoprire come andava avanti la storia. Fu una rivoluzione: la letteratura uscì dai salotti e cominciò a parlare direttamente alla gente comune, intrecciando emozione, mistero e riflessione sociale.

Tra i padri di questa nuova forma narrativa spiccano nomi che oggi consideriamo classici. Eugène Sue, con I misteri di Parigi (1842-1843), fu il primo a trasformare la cronaca urbana in un grande affresco morale. Poco dopo, Alexandre Dumas conquistò le folle con Il conte di Montecristo e I tre moschettieri, romanzi che nascono proprio come feuilleton. Accanto a loro, Balzac, George Sand e Ponson du Terrail alimentarono un vero e proprio universo di passioni, ingiustizie da riscattare e identità da svelare. Le loro storie si leggevano come romanzi d’avventura ma avevano il respiro della vita reale: un equilibrio perfetto tra intrattenimento e critica sociale.

Il successo del feuilleton francese si diffuse rapidamente in tutta Europa. In Inghilterra, Charles Dickens pubblicò i suoi romanzi più celebri — da Oliver Twist a David Copperfield — in fascicoli mensili, fidelizzando i lettori con la stessa abilità di un narratore seriale contemporaneo. In Italia, il modello attecchì grazie a scrittori come Emilio De Marchi, Carlo Collodi e soprattutto Carolina Invernizio, la “regina del romanzo d’appendice”, che seppe mescolare pathos, mistero e morale in storie di grande successo popolare. Il feuilleton divenne così un linguaggio comune, capace di attraversare confini e culture, e di dare forma ai sogni, alle paure e alle speranze del pubblico ottocentesco.

Ma il romanzo d’appendice non fu soltanto un genere letterario: fu un vero fenomeno sociale. In un’epoca di alfabetizzazione crescente e di giornali a buon mercato, le storie a puntate accompagnavano le serate delle famiglie, alimentavano discussioni nei caffè, accendevano curiosità e immaginazione. Per la prima volta, le classi popolari poterono riconoscersi nei protagonisti di una storia, vivere la suspense di un capitolo interrotto, condividere l’attesa del “seguito domani”. Era la nascita della serialità narrativa — quella stessa logica che, mutata nei mezzi ma non nello spirito, sopravvive oggi nelle serie televisive e nei podcast.

Con l’arrivo del Novecento, il romanzo d’appendice si trasformò, ma non scomparve. Il suo DNA sopravvive nel romanzo popolare, nel giallo, nel fumetto e persino nelle fiction televisive, che ereditano la stessa arte del ritmo, della suspense e dell’attesa calibrata. Ogni storia a episodi, ogni narrazione che vive di curiosità e di promesse, porta dentro di sé l’impronta del vecchio feuilleton.

In fondo, il romanzo d’appendice non è un reperto d’epoca, ma un modo di raccontare che non ha mai smesso di evolversi. È la dimostrazione che il bisogno di storie — e di attese — è una costante del nostro immaginario. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, ci emozioniamo all’idea di un racconto che procede per tappe, che si svela poco a poco, capitolo dopo capitolo.

Presto, su queste stesse pagine, un nuovo racconto tornerà a raccogliere quella tradizione: un omaggio moderno al gusto per l’intreccio, per l’attesa, per la curiosità di “sapere come andrà a finire”. Perché il romanzo d’appendice non è mai davvero finito: ha solo cambiato supporto, restando fedele al suo segreto più grande — tenere viva la meraviglia del racconto.

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