Siena tra vicoli, spazi e contrade
Quello che ci ha portato a Siena è stato un viaggio lento, in treno. Così lento da farci quasi perdere la coincidenza con il regionale che, sulla carta, avrebbe dovuto condurci a destinazione. E forse è stato meglio arrivare a Siena con un passo già rallentato, con il tempo leggermente sfasato rispetto all’orologioper riuscire a goderne la magia che inizia ttraversando Porta Camollia.
La scelta di alloggiare in un Airbnb in centro è stata provvidenziale. Ci ha permesso di vivere Siena con calma, senza orari da inseguire, affidandoci quasi esclusivamente ai nostri passi. Uscire di casa significava essere già dentro la città, senza filtri.
Camminare è diventato il nostro modo di esplorarla. E perdersi, più che un incidente di percorso, una scelta consapevole. I vicoli si stringono, si piegano, improvvisamente si aprono su scorci inattesi, come se la città si divertisse a mettere alla prova chi la attraversa. Ogni svolta sembrava promettere qualcosa, anche quando non si capiva bene cosa. A Siena perdersi non è mai davvero smarrirsi: è lasciare che siano le strade a decidere per te, che ti portino dove vogliono, senza fretta, senza una meta precisa. Ed è forse in quei momenti, lontani dalle direttrici più battute, che la città mostra il suo volto più autentico.
Una delle caratteristiche di Siena è che, alla fine, ci si ritrova sempre lì. Nella grande piazza a forma di conchiglia che è il Campo. Non importa da quale vicolo si provenga o quante svolte si siano fatte senza pensarci: a un certo punto lo spazio si allarga, la luce cambia, e ci si ritrova improvvisamente al centro.
Piazza del Campo non è solo il cuore di Siena, è una dichiarazione d’intenti. La sua forma a conchiglia non è casuale: sembra fatta apposta per raccogliere, per creare un centro verso cui tutto converge. I nove spicchi che la disegnano, separati da sottili linee di travertino, raccontano già una storia di ordine e di potere, legata al Governo dei Nove che guidò la città nel suo periodo di massimo splendore.
Il fatto che la piazza sia in pendenza, così evidente da sentirsi anche stando fermi, contribuisce alla sua unicità. Non c’è un punto davvero neutro: tutto invita a guardare verso il basso, verso il centro, come se lo spazio stesso suggerisse una direzione. È un’architettura che educa lo sguardo, che accompagna senza imporsi. A chiudere la scena c’è il Palazzo Pubblico, con la Torre del Mangia che si innalza slanciata, quasi a voler dialogare con il cielo più che dominare la piazza. Anche qui l’equilibrio è sorprendente: la torre non schiaccia, non sovrasta, ma completa. È presenza, non ostentazione.
Di fronte al Palazzo Pubblico (del quale avrò modo di parlarvi in modo più approfondito), quasi a bilanciarne la severità, si trova la Fonte Gaia. Un nome che già da solo suggerisce leggerezza e abbondanza, in contrasto con la solidità della pietra che domina la piazza. È uno di quei luoghi che attirano lo sguardo senza chiedere attenzione, come se fosse sempre stata lì, parte integrante del respiro del Campo.
La fonte, realizzata nel Quattrocento, celebra l’arrivo dell’acqua in città, evento fondamentale per una Siena costruita in alto, lontana da corsi d’acqua naturali. Le decorazioni marmoree, con figure allegoriche e scene simboliche, raccontano una storia fatta di orgoglio civico e di ingegno, più che di semplice ornamento. Il recente restauro le ha restituito luminosità e dettagli, rendendo di nuovo leggibili i rilievi e le superfici, senza cancellare il senso di continuità con il passato. L’acqua scorre discreta, quasi timida, ma la sua presenza è costante, come un filo che lega la vita quotidiana di oggi a quella di secoli fa.
Dopo il Campo, il richiamo del Duomo è quasi inevitabile. La sua presenza si impone nello skyline della città, e avvicinarsi significa entrare in un altro livello di meraviglia. Anche il Duomo e il Battistero meritano una sosta lunga, attenta, e infatti saranno protagonisti di un racconto a parte: certi luoghi chiedono spazio, silenzio e parole dedicate, non una parentesi frettolosa.
Proseguendo a piedi, Siena cambia ancora una volta volto. I flussi si diradano, i passi rallentano ulteriormente, e si arriva alla casa di Santa Caterina, patrona d’Italia e d’Europa. Qui l’atmosfera si fa più raccolta, quasi intima. Non c’è monumentalità ostentata, ma un senso di raccoglimento che invita spontaneamente ad abbassare la voce. La casa, semplice e severa, racconta una spiritualità concreta, radicata nella quotidianità. Camminare in questi spazi significa avvicinarsi non solo a una figura storica e religiosa di grande rilievo, ma anche a una Siena meno scenografica e più interiore.
Camminando per i vicoli di Siena, e ancora di più nei pressi della casa di Santa Caterina, si ha la percezione concreta di che cosa siano davvero le contrade. Non semplici divisioni geografiche, né un dettaglio folkloristico legato al Palio, ma un modo di abitare la città e il tempo. Le contrade sono uno stile di vita, un tessuto sociale che si tramanda, si riconosce e si rinnova. Si intuiscono nei simboli sui muri, nei colori che tornano, nei dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto ma parlano chiaramente a chi sa fermarsi. È forse in questi spazi meno celebrati, lontani dai grandi assi monumentali, che Siena rivela il suo volto più autentico.
Nelle prossime settimane torneremo a Siena, entrando più a fondo nei suoi spazi, nei suoi simboli, nei luoghi che meritano un racconto dedicato. Perché certe città non si salutano davvero: si danno appuntamento.
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