Fili di festa


Sfogliando il diario, una nuova immagine catturò l'attenzione della libraia: una piazza affollata, bandiere e costumi colorati, il suono dei tamburi e delle launeddas che vibrava nell’aria. 

Ero arrivata in un piccolo paese della Sardegna nel giorno della festa patronale. Uomini e donne indossavano abiti tradizionali, gonne ampie, camicie ricamate, cinture ornate. Le danze cominciavano lente, cerimoniali, poi si facevano più vivaci, i passi si intrecciavano, i tamburi battevano il ritmo del cuore. Ogni movimento raccontava storie antiche: leggende, promesse, gioia e fatica.

Seguivo con lo sguardo ogni gesto: il vecchio che guidava la danza con passo sicuro, le ragazze che ridevano tra loro, i bambini che cercavano di imitarli goffamente. Ogni dettaglio aveva vita propria, ogni sorriso un piccolo racconto.

Mentre i tamburi scandivano il ritmo, notai una donna anziana seduta sul bordo della piazza. Il suo sguardo seguiva ogni passo dei danzatori, e ogni volta che qualcuno inciampava o rideva, un sorriso le illuminava il volto. Immaginai le storie che portava con sé: amori lontani, figli cresciuti, giorni di sole e di tempesta.

Un gruppo di ragazzi tentava di riprodurre i passi dei più grandi, inciampando e rialzandosi con determinazione. Ogni caduta diventava un piccolo trionfo, ogni risata un filo che legava il presente al passato, la gioia alla fatica, la festa alla vita quotidiana.

Più osservavo, più mi accorgevo che la danza non era solo movimento: era memoria e promessa insieme, un ponte invisibile che univa generazioni, storie e segreti. I tamburi non battevano soltanto il tempo, ma scandivano i battiti del cuore del paese, e ogni passo raccontava qualcosa di chi era lì, di chi aveva guardato, di chi sarebbe passato dopo.

Il sole calava lentamente, tingendo la piazza di arancio e oro. I danzatori rallentarono i passi, i tamburi si fecero più lievi. E mentre le voci e i sorrisi si mescolavano nell’aria, sentii che la festa non finiva davvero: rimaneva sospesa tra le pieghe del tempo, nei gesti, negli sguardi, nelle piccole storie che ognuno portava con sé. La memoria di quel giorno sarebbe rimasta viva, come un filo invisibile che lega passato e presente, musica e cuore.

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