Partita sospesa
La pioggia scrosciava lenta contro le finestre della libreria, ma dentro era caldo e silenzioso. Sul grembo della libraia, il gattino si era rannicchiato, le fusa vibranti accompagnavano il fruscio delle pagine.
Dal diario spuntò una foto: una vetrina di un museo, e al centro una partita a carte.
Seduti intorno a un tavolo di legno consumato, i giocatori ridevano, imprecavano, si sfidavano con occhi furbi e sorrisi complici. Ogni carta gettata sul tavolo era un piccolo gesto di guerra e amicizia, una danza sottile di fortuna e strategia…
La libraia, con il gattino che muoveva la coda pigro, si perse nelle parole, come se potesse osservare davvero quel tavolo, percepire il tintinnio delle fiches, l’odore del legno levigato e le risate soffocate dei giocatori. Ogni gesto, ogni sorriso, sembrava prendere vita davanti ai suoi occhi, mentre la pioggia all’esterno scandiva il ritmo di quella storia sospesa tra realtà e immaginazione.
I giocatori sembravano conoscersi da sempre.
C’era l’uomo dai baffi sottili, che sorrideva con un’aria di furbizia, e la donna con il foulard colorato, che nascondeva sotto il tavolo un piccolo gesto di inganno con le dita. Le carte venivano scambiate con destrezza, tra risate, piccoli scherni e commenti ironici.
Un momento di tensione: l’uomo dai baffi sembrava avere in mano la carta vincente. La donna con il foulard lo guardò, alzando un sopracciglio, e il colpo di scena fu rapido quanto silenzioso: un sorriso complice, uno scambio rapido, e la vittoria passò di mano.
Il gattino, accoccolato sulle ginocchia della libraia, fece un leggero saltello, forse disturbato dall’emozione invisibile della storia, o forse semplicemente per stiracchiarsi. La libraia rise piano, come se stesse partecipando a quella partita segreta, nascosta dietro il vetro del museo e immortalata nella foto.
Poi chiuse il diario per un momento, inspirando profondamente l’odore delle pagine antiche. La pioggia continuava a cadere, ma dentro la libreria sembrava splendere il sole di un pomeriggio passato da qualcun altro, in un luogo lontano, tra risate e carte che volteggiavano nell’aria. E in quell’istante capì che, attraverso quelle parole e quella foto, era riuscita a vivere per un momento la vita degli sconosciuti immortalati nel diario, condividendo con loro un piccolo, prezioso segreto di felicità quotidiana.
La libraia appoggiò il diario sul tavolo, accarezzando il dorso consumato. Il gattino si stiracchiò, le fusa ormai più tranquille, come se anche lui avesse condiviso quel piccolo segreto.
Per un istante, la pioggia sembrò smettere di cadere, e la libreria si riempì di un silenzio dolce, fatto di memoria e immaginazione. Pensò che ogni storia, anche la più piccola, fosse un ponte tra vite lontane, un filo invisibile che unisce chi racconta a chi ascolta.
E mentre chiudeva gli occhi per assaporare ancora una volta le risate e le carte volanti di quel pomeriggio lontano, sapeva che il diario non aveva ancora finito di sorprenderla. C’era ancora un mondo intero da scoprire, pagina dopo pagina, città dopo città, incontro dopo incontro.
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