carnevali d'Italia
Chi vuol esser lieto, sia:di doman non c’è certezza.
(Lorenzo de’ Medici, Trionfo di Bacco e Arianna)
Il carnevale viene spesso raccontato come una festa eppure, a guardarlo da vicino, è soprattutto un linguaggio.
Ogni tradizione sceglie come parlare: c’è chi affida tutto al gesto, chi alla mano dell’artigiano, chi alla materia che prende forma, chi a una memoria antica che si ripete da secoli. Maschere, carri, rituali e battaglie non sono semplici decorazioni, ma parole di un vocabolario condiviso.
Non è mia intenzione raccontare il carnevale come evento da calendario, né come esperienza personale. Lo osservo come una forma di creatività collettiva, capace di esprimersi in modi molto diversi pur partendo dallo stesso bisogno: abitare il presente, sapendo che è fragile.
I luoghi diventano così quattro declinazioni di una stessa urgenza creativa. Cambiano i materiali, i gesti, i ritmi. Resta l’idea che, almeno per un momento, la creatività smetta di essere individuale e trovi nella comunità la sua voce più profonda.
Battaglia delle arance di Ivrea
Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
(Lorenzo de’ Medici, Trionfo di Bacco e Arianna)
A Ivrea la creatività prende corpo. Non nei colori o nelle forme, ma nei gesti: nella Battaglia delle Arance, centinaia di partecipanti si affrontano lanciandosi arance lungo le vie del centro storico.
Non è un semplice gioco. La battaglia rievoca simbolicamente una rivolta medievale, ambientata intorno al XII secolo, contro la tirannia feudale. Secondo la tradizione, il lancio delle arance richiama la ribellione del popolo contro il marchese che esercitava lo ius primae noctis: un atto di violenza spezzato da una giovane donna e trasformato, nel tempo, in mito fondativo.
Non è una ricostruzione storica in senso stretto, ma una memoria narrata, tramandata e reinventata, come spesso accade nei riti popolari. Ogni arancia è parte di un rituale.
La battaglia moderna è una rivisitazione simbolica, dove la forza delle arance sostituisce quella delle spade, e il gesto diventa parola: ribellione, libertà, appartenenza.
Oggi vi partecipano centinaia di aranceri organizzati in squadre, e si lanciano centinaia di migliaia di arance in un caos regolato da regole precise, tempi scanditi e carri che accompagnano i gruppi. Il risultato è una coreografia collettiva, un rito che trasforma la memoria storica in azione condivisa e, allo stesso tempo, in esperienza creativa. Qui il carnevale parla attraverso i corpi: chi partecipa scrive, muovendosi, una pagina effimera che si dissolve non appena il tempo passa, ma resta impressa nella memoria di chi vi ha preso parte.
Carnavale di Venezia
Quest’è Bacco ed Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti.
Dopo Ivrea, il Carnevale cambia voce.
Il gesto si fa forma, il corpo lascia spazio alla scena, e la creatività diventa artistica, raffinata.
A Venezia il Carnevale affonda le sue radici lontano nel tempo. Le prime testimonianze risalgono almeno al XII secolo, ma è tra il Seicento e il Settecento che la festa raggiunge il suo massimo splendore.
Per mesi, non solo per pochi giorni, la città viveva in uno stato di sospensione: il Carnevale iniziava già in autunno e accompagnava Venezia fino alla Quaresima. La maschera non era un’eccezione, ma una consuetudine.
La sua funzione era chiara: annullare le differenze sociali. Nobili e popolani, mercanti e forestieri potevano mescolarsi, osservare, parlare senza essere riconosciuti.
Il Carnevale veneziano non nasce come eccesso rumoroso, ma come gioco di ruoli, come esercizio di libertà controllata all’interno di una società che conosceva bene il potere dell’immagine e della rappresentazione.
Ancora oggi, durante il Carnevale, Venezia sembra assecondare questa vocazione.
Ci sono feste e balli, ma soprattutto c’è la città stessa che cambia ritmo. Camminare per le calli significa fare un piccolo salto temporale: un costume appare sotto un portico, una maschera attraversa un ponte, un mantello scuro si riflette nell’acqua ferma di un canale. Il presente arretra, il passato si affaccia.
A rendere possibile questa illusione continua è il lavoro silenzioso degli artigiani, che al Carnevale non pensano solo nei giorni della festa.
A Venezia le maschere non nascono all’improvviso: vengono immaginate, modellate, dipinte durante tutto l’anno, lontano dai riflettori, dentro botteghe che sembrano piccole stanze fuori dal tempo.
Passeggiando per le calli, in qualsiasi periodo dell’anno, capita di imbattersi in queste botteghe minute e coloratissime. Vetrine colme di volti sospesi, pareti tappezzate di forme, pennelli, foglie d’oro, frammenti di stoffa.
I mascareri lavorano con gesti antichi, ripetuti con precisione. La cartapesta prende forma lentamente, viene levigata, decorata, trasformata in oggetto unico. Ogni maschera è simile alle altre, ma mai identica, perché ogni mano lascia una traccia.
Queste botteghe non sono solo luoghi di produzione, ma veri e propri presìdi culturali. Custodiscono un sapere che resiste all’omologazione e dialoga ancora con la città. Entrarci significa rallentare, osservare, capire che dietro la leggerezza del Carnevale esiste un lavoro paziente, fatto di tempo e attenzione.
Il Carnevale di Mamoiada
Il Carnevale di Mamoiada ha un tempo diverso. Non esplode, non accelera, non cambia voce: ritorna.
I Mamuthones compaiono in più momenti rituali dell’anno, soprattutto il 17 gennaio, durante la festa di Sant’Antonio Abate, e nel periodo del Carnevale vero e proprio, nelle settimane che lo precedono e nei giorni centrali. La loro presenza segna l’inizio di un ciclo, più che l’apice di una festa.
Le origini di questo rito sono antiche e in parte avvolte nel mistero. Secondo gli studi antropologici, la mascherata affonda le sue radici in epoche precristiane, forse addirittura nuragiche, ed è legata ai cicli agricoli, alla fertilità della terra, al rapporto profondo tra l’uomo e le forze della natura. Nel tempo, il rito si è sovrapposto al calendario cristiano senza perdere la sua struttura originaria, come spesso accade alle tradizioni più resistenti.
I Mamuthones avanzano lentamente, con un passo cadenzato e faticoso. Indossano maschere scure, prive di espressione, e portano sulle spalle pesanti campanacci che scandiscono il ritmo della processione. Accanto a loro si muovono gli Issohadores, figure più leggere e dinamiche, che guidano il corteo e interagiscono con la comunità. Non c’è improvvisazione: ogni gesto è codificato, ogni movimento ha un senso tramandato nel tempo.
Eppure, non partecipano al Carnevale come lo intendiamo a Ivrea, Venezia o Viareggio. Non sfilano per divertire, non costruiscono spettacolo, non cercano lo sguardo dello spettatore. Qui il Carnevale non è rappresentazione, ma rito condiviso.
Se Ivrea è gesto collettivo, Venezia è artigianato e illusione, Viareggio è allegoria del presente, la Sardegna è memoria incarnata.
I Mamuthones non “festeggiano” il Carnevale: lo attraversano. Il suono grave dei campanacci, la lentezza del passo, la ripetizione del movimento non raccontano l’eccesso prima della Quaresima, ma qualcosa di più antico. Raccontano il tempo che ritorna, la fatica necessaria al cambiamento, la trasformazione come condizione dell’esistenza. Un linguaggio che non cerca di stupire, ma di durare.
E forse il Carnevale, in tutte le sue forme, serve proprio a questo: a ricordarci che il tempo non si può fermare, ma si può abitare. Anche solo per un momento.
Ciascun suoni, balli e canti,
arda di dolcezza il core:
non fatica, non dolore!
Ciò che ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
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