Gialli d'Europa #7 - Irlanda: Nel bosco di Tana French

 

È sempre difficile raccontare un libro: narrare la trama senza svelare troppo e trasmettere le emozioni che suscita senza cadere nello stucchevole. Anche in questo caso, il rischio era grande, ma ne vale la pena.

Il crimine al centro della storia è efferato: una bambina viene ritrovata assassinata, deposta su un altare sacrificale all’interno di un sito archeologico.

A raccontare la vicenda è Rob Ryan, uno dei detective incaricati delle indagini. La sua voce in prima persona all’inizio appare affidabile, quasi rassicurante, come se stesse semplicemente ricostruendo i fatti. Ma pagina dopo pagina si capisce che il racconto è meno lineare di quanto sembri: la memoria del narratore è selettiva, a tratti sfuggente, e ciò che emerge dal passato non sempre aiuta a chiarire il presente.

Il vero protagonista del romanzo, però, è il bosco stesso. Un luogo che inghiotte tutto come una idrovora: ricordi, indizi, identità. Solo a metà del racconto comincia a restituire qualcosa, frammenti che riaffiorano in modo disordinato, non sempre coerenti con il racconto principale e non sempre davvero utilizzabili ai fini dell’indagine. Ed è proprio questa ambiguità a rendere la storia così inquietante.

Fatto sta che, arrivata a metà del libro, mi sono ritrovata intrappolata nel bosco. 

Ho continuato a leggere con voracità, come se stessi cercando anch’io una via d’uscita, fino a quando la vegetazione ha cominciato a diradarsi e si è iniziata a intravedere la luce.

Alla fine, resta una sensazione sospesa: come se il bosco avesse deciso cosa mostrare e cosa custodire per sé, lasciando al lettore solo frammenti di verità, inquietanti e irresistibili allo stesso tempo.


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