Gialli d' Europa #8 - Polonia: la fine del mondo a Breslava di Mirko Zilahy
Ci sono libri che ti prendono per mano e ti portano dentro la storia. E poi ci sono libri che ti lasciano sulla soglia, ti guardano e ti dicono: arrangiati.
Questo romanzo per me è stato un po’ così.
All’inizio pensavo di aver capito dove stavo andando. Una storia che si apre, un evento, una visita a un moribondo. Poi il filo si spezza quasi subito e da lì in poi non è più una linea retta, ma una specie di labirinto che cambia mentre lo attraversi. Omicidi, indagini, figure strane che entrano e spostano l’aria della scena. E tu che provi a stare dietro a tutto, con la sensazione costante che il libro sia sempre mezzo passo avanti o mezzo passo di lato.
Mock non è un personaggio comodo. Non è quello per cui fai il tifo. È uno di quelli che ti fanno anche un po’ storcere il naso, eppure resta lì, centrale, anche quando vorresti spostare lo sguardo altrove. Attorno a lui tutto è altrettanto instabile: il bibliotecario, il veggente, figure che sembrano più apparizioni che presenze.
Una cosa che mi è rimasta addosso è questa: tutto sembra un po’ fuori asse, ma non casuale. Anche il linguaggio contribuisce a questa impressione. A volte è affascinante, altre volte rallenta la lettura. Ci sono parole che non suonano “normali”, come se il romanzo non volesse mai stare davvero nel presente.
E poi c’è il cuore della storia: i delitti. Qui non sembrano mai solo eventi isolati. Si ripetono, si riflettono, si intrecciano. Non è solo “chi ha ucciso chi”, ma qualcosa che continua a ritornare in forme diverse. E questo crea una sensazione strana: più che una storia che avanza, sembra una storia che gira.
Non è una di quelle letture che si chiudono con il classico “ok, tutto risolto”. Io ci sono arrivata con una sensazione un po’ sospesa, che si riassume abbastanza bene in una parola sola: boh. Però non è un “boh” vuoto. È un “boh” pieno. Di cose viste, di pezzi messi insieme, di intuizioni che restano appese.
Alla fine, non è stato un libro facile. Ci ho messo più tempo del previsto, e più di una volta ho avuto la sensazione di perdermi. Ma mi è piaciuto. E soprattutto non è un libro che si dimentica appena chiudi l’ultima pagina. Non sempre un libro deve essere lineare per funzionare. A volte basta che resti. E questo, nel bene e nel “boh”, resta.

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