Gialli d' Europa #10 - Ungheria: Budapest Noir di Vilmos Kondor


Ci sono libri che scegli pensando di leggere un giallo e che, pagina dopo pagina, si rivelano molto di più.

È quello che mi è successo con Budapest Noir di Vilmos Kondor. Mi aspettavo un'indagine ambientata nella capitale ungherese, con un investigatore alle prese con un caso difficile e invece mi sono ritrovata immersa nella Budapest del 1936, una città elegante, vivace e piena di contraddizioni, che continua a vivere la sua quotidianità mentre, sullo sfondo, l'Europa cambia volto.

Siamo nel 1936. Hitler è già al governo della Germania, Mussolini ha ormai consolidato il regime fascista in Italia e anche l'Ungheria guarda con sempre maggiore interesse ai due regimi. Le grandi tragedie della guerra devono ancora arrivare, ma il clima è già cambiato: il nazionalismo cresce, l'antisemitismo si diffonde e le libertà iniziano lentamente a restringersi.

L'indagine prende avvio dal ritrovamento del corpo di una giovane ragazza. A occuparsene, però, non è un commissario né un detective privato, ma il giornalista Zsigmond Gordon, curioso, ostinato e poco disposto ad accettare le versioni ufficiali. 

Seguendo le sue ricerche attraversiamo i caffè, le redazioni dei giornali, i quartieri eleganti e quelli più poveri di Budapest, incontrando politici, poliziotti, aristocratici e persone comuni.

Più che un classico giallo, Budapest Noir mi è sembrato il ritratto di una società che sta lentamente perdendo il proprio equilibrio. 

L'omicidio è il filo conduttore della vicenda, ma il vero fascino del romanzo sta nella capacità di raccontare una città sospesa tra la normalità della vita quotidiana e un futuro che il lettore conosce già, ma che i protagonisti non possono ancora immaginare.

Quello che ho apprezzato di più è proprio il modo in cui Vilmos Kondor ricostruisce la Budapest degli anni Trenta. 

Le strade, i caffè, i tram, le redazioni dei giornali, i palazzi dell'alta società e i quartieri popolari contribuiscono a creare un'atmosfera autentica, quasi cinematografica. 

Più che limitarsi a descrivere la città, l'autore la fa vivere attraverso gli occhi del protagonista, trasformandola nel vero cuore del romanzo.

C'è stato però un elemento che, almeno all'inizio, mi ha un po' disorientata. Quasi tutti i personaggi si rivolgono gli uni agli altri dandosi del Lei, anche quando sono marito e moglie o persone che hanno un rapporto di grande confidenza. 

È una scelta, questa, che riflette il linguaggio e le convenzioni sociali dell'Ungheria degli anni Trenta e che la traduzione italiana ha opportunamente mantenuto ma a me è servito qualche capitolo per orientarmi tra le relazioni dei personaggi, proprio perché, da lettrice italiana, sono abituata ad associare il Lei a una certa distanza. Superato questo piccolo spaesamento iniziale, quel linguaggio così formale è diventato parte integrante dell'atmosfera del romanzo.

È anche questo uno degli aspetti che mi hanno fatto apprezzare il libro. Kondor non si limita a raccontare un'indagine, ma restituisce con grande efficacia il volto di un'Ungheria che si avvia, quasi inconsapevolmente, verso uno dei periodi più bui della sua storia. 

Sapere ciò che accadrà pochi anni dopo rende ogni dialogo, ogni scelta e ogni dettaglio ancora più significativo.

Dopo aver chiuso il libro ho ripensato al mio viaggio a Budapest. Camminando tra i grandi viali, lungo le rive del Danubio e davanti agli eleganti palazzi del centro, avevo già percepito una città dal passato complesso, dove la bellezza convive con le ferite della storia. 

Budapest Noir mi ha aiutato a dare un volto a quella sensazione, riportandomi nella Budapest del 1936, quando tutto sembrava ancora seguire il proprio corso, ma le ombre dei totalitarismi si stavano già allungando sull'Europa. 

È come se il romanzo mi avesse permesso di osservare la città pochi istanti prima che la Storia la travolgesse.

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