I convitati di pietra di Michele Mari: quando una scommessa diventa un modo per restare insieme
Ci sono libri che cominci a leggere e dopo poche pagine ti ritrovi a pensare: ma questi sono completamente pazzi?
È più o meno quello che è successo a me con I convitati di pietra di Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026.
Perché la storia che Mari racconta è, almeno all'inizio, decisamente assurda.
Ci sono alcuni ex compagni di scuola che, ormai adulti, hanno una consuetudine piuttosto particolare: ogni anno si ritrovano a cena. Non per una rimpatriata nostalgica, non per raccontarsi delle rispettive vite e nemmeno per ricordare i bei tempi della scuola.
La loro cena serve a fare il punto.
A contare chi è morto, chi si è ammalato, chi ha avuto un infarto, chi ha collezionato un nuovo acciacco. A verificare, insomma, chi è ancora in gioco.
Perché anni prima hanno fatto una scommessa: ognuno versa una quota e il fondo comune cresce nel tempo. La posta è legata alla sopravvivenza: quando alla fine rimarranno soltanto tre di loro, saranno proprio quei tre a dividersi il premio.
Una scommessa macabra, quasi grottesca eppure è proprio quella scommessa a tenerli insieme.
Per gran parte del libro ho seguito queste cene con una certa incredulità. C'è qualcosa di surreale nel ritrovarsi ogni anno con gli amici di una vita per aggiornare il bollettino di morti, malattie e acciacchi. E proprio mentre continuavo a chiedermi dove volesse arrivare Michele Mari, mi sono accorta che sotto quella storia apparentemente assurda si stava muovendo qualcosa di molto più profondo.
Perché il tempo passa, e passa per tutti.
Ogni anno, quando si ritrovano, loro sono un po' più vecchi. Qualcuno manca all'appello. Qualcuno porta addosso una nuova malattia, un nuovo dolore, un nuovo segno del tempo, ma la cena, il tavolo, il rituale tornano. E loro tornano a stare insieme.
Ed è qui che, per me, I convitati di pietra cambia completamente tono.
Quello che sembrava un gioco macabro diventa un libro dolcissimo sul valore degli affetti e sulla forza delle consuetudini. Perché ci sono abitudini che, viste da fuori, possono sembrare assurde o persino insignificanti e che invece, per chi le vive, diventano una specie di appuntamento con la propria storia.
E allora ho cominciato a pensare alle mie cene con i compagni di scuola.
A quelle occasioni in cui ci si ritrova dopo mesi, magari dopo anni, e succede una cosa stranissima.
Sono passati anni. Anzi, a pensarci bene, sono passati millanta anni. Nel frattempo le nostre vite sono cambiate, abbiamo attraversato esperienze che quando eravamo seduti sui banchi di scuola non avremmo neppure potuto immaginare. Siamo diventati adulti, abbiamo preso strade diverse, abbiamo accumulato ricordi, persone, dolori, gioie, capelli bianchi e qualche acciacco. Eppure basta ritrovarsi tutti intorno a un tavolo perché il tempo faccia uno strano gioco.
Per qualche ora sembra che l'ultimo giorno di scuola sia stato ieri.
Il tempo è passato, inesorabile. Ma contemporaneamente una parte di noi è rimasta esattamente lì, in quel momento lontano, insieme alle persone con cui lo abbiamo condiviso.
È come se il tempo, invece di cancellare completamente quel periodo, lo avesse cristallizzato.
Forse è proprio questo il senso più bello delle cene dei convitati.
All'inizio sembra che si incontrino per contare chi è morto e chi è ancora vivo.
Poi capisci che, in fondo, si incontrano per contare chi c'è ancora.
La scommessa li ha obbligati a tornare ogni anno, ma nel frattempo ha costruito qualcosa che va molto oltre la scommessa stessa. Ha dato loro un appuntamento con il passato e, soprattutto, con il presente.
Perché ritrovarsi significa guardarsi e accorgersi che sì, il tempo è passato. Che nessuno è rimasto davvero uguale. Ma significa anche scoprire che, nonostante tutto, alcune cose sono ancora lì.
Le persone, le battute i ricordi, i rituali.
Quel modo di stare insieme che non ha bisogno di essere spiegato perché esiste da così tanto tempo da essere diventato parte di noi.
E forse è proprio questo che mi ha lasciato *I convitati di pietra*: la sensazione che il tempo non sia soltanto quello che ci porta via le persone e ci cambia la vita.
A volte il tempo è anche quello che conserva una cena che si ripete ogni anno. Conserva un gruppo di amici. Conserva un pezzo di noi che, quando ci sediamo di nuovo tutti insieme, torna improvvisamente a galla.
E allora quella che sembrava una storia assurda sulla morte diventa, quasi senza che ce ne accorgiamo, una storia sulla vita.
Su quanto sia importante avere qualcuno con cui poter dire, ancora una volta: "Ci vediamo l'anno prossimo.”
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