Belvedere: l'arte che non mi aspettavo
Il Belvedere non è soltanto il museo che custodisce alcune delle opere più importanti dell'arte austriaca. Prima di diventare un luogo dell'arte è stato un palazzo, anzi un grandioso complesso barocco formato dal Belvedere Superiore e dal Belvedere Inferiore, immersi in un grande giardino.
Fu il principe Eugenio di Savoia a farlo costruire all'inizio del Settecento come sua residenza estiva. Dopo la sua morte il complesso passò agli Asburgo e, sotto Maria Teresa e Giuseppe II, il Belvedere Superiore divenne sede delle collezioni imperiali e nel 1777 aprì al pubblico come una delle prime gallerie d'arte pubbliche al mondo.
È curioso pensare che oggi si venga qui soprattutto per vedere Klimt, Schiele e gli altri grandi artisti austriaci, mentre queste sale sono nate per raccontare il potere e la magnificenza della corte.
E io, inutile girarci intorno, a Belvedere sono entrata proprio per vedere le opere di Klimt, il padre della Secessione viennese.
Nel 1897, insieme a un gruppo di artisti e architetti, tra cui Koloman Moser, Carl Moll, Josef Hoffmann e Joseph Maria Olbrich, diede vita alla Secessione viennese, rompendo con l'ambiente artistico più conservatore della città. Cercavano un modo nuovo di intendere l'arte, mettendo in relazione pittura, architettura, decorazione e design.
Non sono sicura di saper descrivere quello che ho provato davanti ai suoi quadri. È come trovarsi davanti a un enorme, perfetto collage: oro, colori, geometrie, fiori, figure, decorazioni. Tutto si incastra alla perfezione e niente sembra fuori posto.
Le figure stesse, a volte, sembrano quasi perdersi dentro questo intreccio di forme e colori.
Poi arriva il Bacio. Quello che ero venuta a cercare.
Lo avevo visto mille volte in fotografia, naturalmente, ma trovarselo davanti è un'altra cosa. È enorme, luminoso, quasi ipnotico. Anche qui ritrovo quella sensazione del collage: l'abito della donna, quello dell'uomo, i motivi geometrici, i fiori, l'oro che sembra tenere tutto insieme.
In fotografia avevo sempre guardato il bacio. Dal vivo mi sono ritrovata a guardare tutto il resto.
Ma il Belvedere non è solo Klimt e sarebbe riduttivo entrare qui pensando soltanto alle sue opere.
Un altro artista che mi ha ipnotizzata è stato Egon Schiele.
Schiele appartiene a una generazione più giovane di quella di Klimt e, pur partendo anche dalla sua influenza, porta la pittura viennese verso l'Espressionismo. La sua idea dell'uomo è completamente diversa: non gli interessa rappresentare un corpo bello o perfetto, ma usare il corpo per raccontare ciò che c'è dentro. Le figure diventano così nervose, spigolose, contorte; i gesti e le posture sembrano parlare quasi quanto i volti.
Davanti ai suoi quadri ho avuto la sensazione che quelle persone non stessero semplicemente posando. Sembrava che attraverso quei corpi storti, quelle mani, quegli sguardi cercassero di raccontare qualcosa che non riuscivano a dire con le parole. Forse inquietudine, forse desiderio, forse semplicemente il bisogno di essere visti.
E quando pensavo di aver finito con le sorprese, sono arrivata davanti alle teste di Franz Xaver Messerschmidt.
Qui cambiamo completamente epoca. Siamo nel Settecento e davanti a noi ci sono queste strane, inquietanti e a tratti quasi buffe teste, con i volti deformati in smorfie impossibili.
Sono le sue *Teste caratteriali*, una serie di busti nei quali Messerschmidt porta le espressioni del volto all'estremo. Guardandole viene quasi spontaneo cercare di capire cosa stiano provando quei volti, ma forse è proprio questo il gioco: non c'è una risposta semplice. Ci sono la rabbia, la paura, il dolore, il riso, la tensione, ma anche qualcosa di decisamente ironico.
Dopo l'oro di Klimt e i corpi inquieti di Schiele, non mi aspettavo certo di ritrovarmi a fare le smorfie davanti alle sculture di un artista del Settecento.
Se state pensando di visitare il Belvedere, qui potete dare un'occhiata alle visite e alle esperienze disponibili e scegliere quella più adatta a voi.
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