Oggetti di viaggio | Il taccuino
Quando si pensa al taccuino di viaggio, la prima immagine che viene in mente non è necessariamente quella del turista seduto al tavolino di un caffè a scrivere le proprie impressioni.
È facile pensare, piuttosto, agli esploratori.
A quelli che partivano per terre lontanissime con una matita, qualche foglio di carta e la curiosità di scoprire che cosa ci fosse dall'altra parte del mondo.
Nei loro taccuini finivano piante mai viste prima, animali sconosciuti, paesaggi, mappe, appunti, misure, osservazioni. Prima che la fotografia rendesse possibile fermare un'immagine con un clic, bisognava guardare e poi provare a raccontare quello che si era visto.
E il disegno aveva un ruolo fondamentale.
Disegnare una pianta significava osservarne le foglie, i fiori, i frutti, la forma. Disegnare un animale significava fermarsi sui particolari. Scrivere accanto al disegno significava aggiungere tutto quello che l'immagine non poteva raccontare.
I vecchi taccuini di campo sono diventati così una sorta di memoria delle esplorazioni: pagine che ancora oggi permettono di ricostruire non soltanto ciò che venne scoperto, ma anche il modo in cui quegli uomini e quelle donne guardavano il mondo.
È questo che rende ancora affascinante il taccuino: non è soltanto un posto dove scrivere, ma è un modo per guardare meglio.
I taccuini di oggi hanno ben poco in comune con quelli degli esploratori, se non per una cosa: continuano a raccogliere ciò che accade durante un viaggio.
La differenza è che gli esploratori cercavano specie sconosciute, mentre chi viaggia oggi cerca soprattutto di non dimenticare quello che lo ha colpito.
E oggi, a differenza dei primi esploratori, chi viaggia ha un'arma potentissima per documentare il proprio viaggio: la macchina fotografica.
E allora il taccuino?
Si potrebbe credere che non serva più, che sia un oggetto di un'altra epoca. E invece il suo uso è ancora attuale, perché una fotografia può ricordare perfettamente che cosa si è visto, mentre il taccuino può conservare le emozioni di chi viaggia.
Ed è una differenza molto più grande di quanto sembri.
Non serve nemmeno scrivere un diario.
Anzi, il taccuino di viaggio non dovrebbe avere nessun obbligo di completezza. Non deve raccontare tutto quello che è successo, giorno dopo giorno, né essere ordinato, elegante o particolarmente intelligente.
Può contenere una parola, un indirizzo, il nome di un ristorante, una frase sentita per caso, il biglietto di un museo infilato tra due pagine, una domanda a cui cercare risposta una volta tornati a casa.
Non si sa mai, mentre si è in viaggio, quali saranno le cose che si avrà voglia di ricordare.
Ed è questo il bello del taccuino: non decide lui che cosa sia importante, lo decidiamo noi, nel momento esatto in cui prendiamo la matita e scriviamo.
Per questo può essere pensato come una specie di tasca in cui infilare quello che non vogliamo perdere, una tasca che non contiene solo parole ma pezzi di viaggio.



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