Intrecci: materie in trasformazione
Già nell’antica Grecia e nell’antica Roma si trovano testimonianze della lavorazione del vimini per la realizzazione di ceste e sedili.
Nel Medioevo e nell’età moderna questa pratica continua, fino a dare vita a corporazioni specializzate. Nel Settecento il panieraio italiano raggiunge livelli di grande finezza e qualità, trasformando un gesto quotidiano in una vera e propria competenza artigianale riconosciuta.
In Italia, uno dei luoghi in cui questa tradizione ha trovato radici profonde è Mogliano, dove l’intreccio è stato a lungo parte integrante della vita quotidiana, complementare al lavoro dei campi. Qui si lavoravano giunco e vimini, e ancora oggi sopravvive in forme parziali, anche attraverso l’uso del midollino.
Con il tempo, l’arrivo di materiali importati dall’Asia, come rattan, bambù e altre fibre vegetali, ha ampliato le possibilità di questa arte, costringendola a trasformarsi senza mai interrompersi davvero.
Ad Artigianato e Palazzo ho incontrato uno di questi artigiani, Tommaso Candria, che racconta una storia emblematica di questa evoluzione.
Nato a Mogliano di Macerata, Tommaso Candria racconta che l’intreccio era una pratica diffusa in ogni casa. Negli anni Settanta avvia una propria attività con piccoli manufatti in giunco per arredamento, fino a specializzarsi sempre più nel settore dell’arredo. Poi arriva la svolta: la concorrenza dei manufatti importati a basso costo dall’Indonesia cambia il mercato e impone una riconversione.
Da quel momento il gesto non scompare, ma cambia destinazione: borse, cinture, accessori intrecciati a mano in cui si combinano materiali diversi come cuoio, midollino ed erbe palustri. Il cuoio arriva dal Valdarno e da Poggibonsi, il midollino diventa anima strutturale del filo di giunco, mentre le fibre vegetali mantengono la loro natura resistente e compatta.
Eppure, il cuore del lavoro resta lo stesso: un gesto che tiene insieme.
Lo stesso gesto lo ritrovo, in forme inattese, tra i padiglioni della Fiera di Roma ad Abilmente Primavera.
Da lontano lo spazio espositivo sembra popolato da cesti di vimini. Avvicinandosi, però, la materia cambia identità: non giunchi, ma cannucce di carta.
Ad accogliermi è Teresa Marino, insieme a Carla Ottanelli, fondatrici dell’Associazione Carta e Oltre. Nel loro laboratorio la carta smette di essere supporto per parole e diventa struttura. Non contiene più testi, ma oggetti. Non è più fragile superficie, ma materia resistente.
È qui che l’intreccio cambia natura ancora una volta: non più solo fibra vegetale, ma carta, memoria scritta, materiale già carico di significato che viene sottratto alla sua funzione originaria per diventare oggetto tridimensionale.
La carta viene arrotolata fino a diventare una sorta di giunco contemporaneo.
Il processo è preciso: i giornali vengono scelti per le loro tonalità naturali, senza l’uso di coloranti. Le pagine vengono arrotolate in modo da sfruttarne i bordi, creando sfumature spontanee che diventano parte del progetto estetico. La colla vinilica diluita protegge e stabilizza la struttura finale, rendendo la carta sorprendentemente solida.
Eppure, anche in questa trasformazione radicale, il gesto non cambia.
Intrecciare resta sempre lo stesso movimento: incrociare, tenere, costruire uno spazio vuoto che diventa forma.
L’intreccio attraversa i materiali senza appartenere a nessuno di essi.
Dal vimini alla carta, dalla tradizione rurale alla sperimentazione contemporanea, ciò che resta invariato non è la materia, ma il gesto.
E forse è questo il punto: non sono le mani a seguire i materiali, ma i materiali a lasciarsi riconoscere da un gesto antico che continua a cercare forme per esistere.

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